Il dibattito sullo sportwashing: il caso dell’Arabia
Disprezzo dei diritti umani, lavoratori in schiavitù, diritti delle donne calpestati, omosessuali perseguitati, pena di morte per decapitazione. Succede nel mondo saudita, e gli emiri cercano di nasconderlo attraverso gli eventi sportivi.
C’era una volta l’etica dello sport
Il termine sportwashing è di utilizzo tutto sommato recente. Le prime tracce di questa definizione le ritroviamo infatti nel 2015, quando in occasione dei Giochi Europei di Baku diverse testate di lingua inglese considerarono l’evento sportivo un tentativo da parte del regime dell’Azerbaijan di ripulire la propria immagine. Peraltro un tentativo maldestro, visto che all’epoca la manifestazione ebbe l’effetto del tutto contrario, e cioè quello di accendere i riflettori sulla situazione dei diritti umani nel paese.
Si parla di sportswashing per descrivere la pratica di nazioni, istituzioni, aziende, gruppi di potere in genere, che attraverso lo sport cercano di distogliere l’attenzione da tutta una serie attività illecite di cui sono protagonisti, cercando allo stesso tempo di ripulire la propria immagine. Si tratta, insomma, di un vero e proprio meccanismo di propaganda, che può essere portato avanti sia mediante l’organizzazione di eventi sportivi che attraverso una strategia più radicale di investimenti e sponsorizzazioni.
Se il termine sportwashing è di recente conio, la pratica è invece molto più antica di quanto ci si potrebbe immaginare. Il regime nazista di Adolf Hitler fu ad esempio il primo a comprendere quanto potesse tornare utile, a livello propagandistico, l’organizzazione di una manifestazione sportiva ed è così che le Olimpiadi di Berlino del 1936, tenutesi nella Germania nazista, possono in qualche modo essere considerate fra le prime rappresentazioni storiche di sportwashing.
Hitler, d’altronde, l’idea l’aveva avuta dopo aver visto il grande successo, in quanto a propaganda, dei campionati del mondo di calcio giocati in Italia nel 1934 e trasformati da Benito Mussolini in un vero e proprio evento di divulgazione dell’esaltazione fascista.
Fra gli eventi sportivi che vale sicuramente la pena ricordare in quanto pietre miliari nella storia dello sportwashing bisogna sicuramente menzionare i Mondiali di calcio del 1978, giocati in Argentina (e vinti dalla nazionale albiceleste) al tempo della dittatura militare di Videla, protagonista, fra i tanti orrori, anche della sparizione di oltre 30.000 dissidenti: il tristemente famoso fenomeno dei desaparecidos.
Un capitolo a parte lo meriterebbero le manifestazioni tenutesi nel Sudafrica dell’apartheid, veri e propri tentativi di mettere sotto silenzio l’orribile campagna di razzismo e segregazione dei bianchi boeri nei confronti della popolazione nera del paese. Fra i tantissimi esempi a disposizione in questo caso, quello del rugby è sicuramente il più potente, con più di trenta tour giocati dalle più grandi squadre del mondo (dagli All Blacks all’Inghilterra), dal 1949 alla fine degli anni Ottanta.
Sportwashing, il caso saudita
L’esempio contemporaneo più potente di sportwashing è quello dell’Arabia Saudita, che dall’inizio del 2021 ad oggi ha speso, secondo le stime del quotidiano britannico The Guardian, quasi 7 miliardi di dollari in accordi sportivi. Una cifra enorme, che continua peraltro in un trend ascendente anno su anno e che sembra evidentemente progettata per distogliere l’attenzione dall’orribile situazione dei diritti umani nel paese.
Si tratta di investimenti ingentissimi, che oltre ad avere un effetto di comunicazione molto forte stanno cambiando in maniera radicale anche la faccia dello sport, con conseguenze evidenti per quanto riguarda le dinamiche dei trasferimenti nel mondo del calcio, ma anche per il golf professionistico, che ha del tutto cambiato faccia dopo l’arrivi degli sceicchi arabi nel circuito.
Il cambiamento dello sport nei confronti dell’Arabia Saudita è stato repentino. Fino all’inizio del 2020, infatti, molti grandi marchi volevano evitare di vedere il proprio nome affiancato a quello di un paese che, nel 2018 (solo per fare un esempio), aveva ucciso un giornalista, Jamal Khashoggi, nella sua ambasciata a Istanbul, perché colpevole di aver criticato il regime.
Le cose sono però cambiate nell’ultimo triennio, con il Saudi Arabian Public Investment Fund che è diventato, e in maniera dominante, il gruppo più influente nel mondo dello sport, anche in considerazione di un fatto molto importante: i 7 miliardi di dollari ufficialmente tracciati come investimenti potrebbero essere molti, molti di più, in considerazione della gestione, non esattamente cristallina, delle finanze del fondo, che non è noto per la sua trasparenza.
Fra i “colpi” più eclatanti del PIF c’è sicuramente quello di Cristiano Ronaldo, convinto nel 2023 a passare all’Al Nassr di Riad per una cifra stimata in 200 milioni di dollari l’anno. Il portoghese è diventato il simbolo dell’interesse saudita nel calcio e ha aperto le danze a una serie di ingaggi stellari: da Benzema a Firmino, da Milinkovic Savic a Mané, passando per Kanté, Koulibaly, Brozovic, Neymar, Mitrovic, Cancelo. Non soltanto, dunque, atleti nella fase discendente della propria carriera, ma anche calciatori nel pieno del loro percorso, convinti a suon di milioni.
Parliamo, d’altronde, di un’organizzazione, il fondo PIF, che si può permettere di pagare Lionel Messi 25 milioni di dollari solo per fare un po’ di promozione turistica, e che ha sborsato una cifra vicina ai 2 miliardi per creare, nel golf, il circuito LIV, che ha pian piano “mangiato” il PGA, forzandolo a una quasi certa “fusione”, che è in realtà, più che altro, una vera a propria acquisizione dei sauditi, che, di fatto, si sono comprati il golf.
Ma la lista di interventi sauditi nello sport è enorme: dagli incontri di boxe (55 milioni di euro sborsati per l’incontro di pesi massimi tra Oleksandr Usyk e Anthony Joshua nel 2022) alla formula 1 (fra i tanti investimenti spicca la sponsorizzazione alla McLaren da mezzo miliardi di euro), al tennis (altra sponsorizzazione milionaria all’ATP e tanti atleti coinvolti come partner, da Nadal a, recentissimo l’accordo, Berrettini).
Chi difende gli investimenti dell’Arabia Saudita, dice che in realtà questa montagna di soldi fa bene allo sport, in quanto permette a tante federazioni di crescere e perché i progetti di solidarietà del PIF non sono soltanto facciata. Ammesso e non concesso che l’utilizzo del denaro investito dal PIF nello sport faccia davvero bene alle realtà sportive locali, resta il fatto che prestare il proprio volto, il proprio marchio, a un paese come quello saudita resta una cosa difficile da accettare.
Il regime di Riad persegue chiunque provi a esercitare libertà di espressione o di associazione, con condanne detentive pesantissime, anche di morte. Chi si batte per la difesa dei diritti umani viene arrestato. Le condanne di morte, anche per casi di infrazioni minime alle legge saudite, sono centinaia ogni anno, e includono anche bambini. Gli omosessuali sono perseguitati, le donne drammaticamente assoggettate, migliaia di lavoratori sono tenuti in condizioni di semischiavitù.
E si potrebbe andare avanti a descrivere infinitamente gli orrori del regime saudita e il perché appare profondamente sbagliato che grandi marchi e grandi volti dello sport decidano di accoppiare la loro immagine a quella di istituzioni che considerano la repressione, la persecuzione e l’eliminazione finisca come elementi cardinali della loro cultura sociale e politica.