Maradona e non solo: tutti i più grandi numeri 10 del calcio
El Pibe de Oro è stato il calciatore che più di tutti ha incarnato l’estro, il genio, la sregolatezza, di uno dei ruoli più affascinanti del mondo sportivo. Ecco una carrellata di alcuni dei giocatori più inventivi di sempre e che hanno indossato la maglia numero 10.
El Diez guarda tutti dall’alto
Diego Armando Maradona. Quando si pensa al concetto di numero 10, al giocatore che in campo prescinde dagli schemi, dalla tattica, a volte persino dai compagni, il primo nome che viene in mente non può che essere quello del più grande di tutti i tempi.
Il suo modo di calciare, di comunicare con il pallone, di pensare alla giocata, ha creato in qualche modo uno standard inarrivabile di “perfezione imperfetta”, una figura cristallizzata di cosa significa poter fare, letteralmente, qualsiasi cosa con un pallone fra i piedi.
Quest’immagine del numero 10 indolente, insolente, incostante, a volte fuori dalla partita, svogliato nell’allenarsi, protagonista non solo con la palla, ma anche negli atteggiamenti, è diventata parte di un immaginario definitivo che mette insieme la rappresentazione mentale di tutto ciò che ci si aspetta da un calciatore che indossi quella maglia mitica.Maradona, di tutto questo, è stato l’elevazione suprema, l’essere umano che più ha avvicinato, con il suo modo di danzare intorno alla sfera, una sensazione intangibile di ultraterrenità, insinuando il dubbio, quando lo si vedeva giocare, che quello forse nemmeno fosse calcio, no, ma che si trattasse di un evento “altro”, a sé, diverso da quello che gli altri 21 giocatori in campo stavano giocando.
Se Diego Armando Maradona è stato il numero 10 per eccellenza (o forse sarebbe più giusto dire per elezione divina), non è certo però stato l’unico. Prima di lui, ad esempio, seppure con un numero diverso sulla maglia, il 7, anche Johann Cruijff era andato molto vicino a quello che potremmo definire una sorta di “ultracalcio”.
Potente, elegante, raffinato, capace di giocare ovunque, ma senza un ruolo ben definito (come appunto accade sempre ai numeri dieci) Cruijff era capace di accendere la partita con le accelerazioni palla al piede, con le sue mitiche giravolte, ma anche con lanci millimetrici a tagliare il campo e con i suo dribbling garbati, alzando leggermente il pallone con l’esterno del piede.
C’è un altro calciatore, di un’altra epoca, che amava toccare il pallone in maniera un po’ simile a quella di Cruijff e che, anche lui, nell’opinione di chi scrive è stato uno dei più grandi numero dieci di tutti i tempi: Zinedine Zidane. Diversamente dall’olandese, in maniera sideralmente lontana da Maradona, Zizou era forse un calciatore meno disordinato, meno illeggibile, rispetto all’epica più romantica del fantasista fuori dagli schemi: e in fondo è stata anche questa la sua genialità.
Mettere il suo talento enorme nella gestione della palla al servizio della squadra è stato l’atto più meraviglioso della carriera di Zidane, un calciatore forte fisicamente e con un rapporto viscerale, simbiotico, con il pallone: impossibile rubarglielo. Zidane mentre si muoveva fra nugoli di avversari, la palla sempre attaccata al piede, offriva un vero e proprio momento di seduzione.
Ci sono poi, e ci mancherebbe, Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar, Ronaldinho, pensando all’epoca contemporanea, e ancora Pelé, Platini, Eusebio, Puskas, tutti giocatori meravigliosi, interpreti, ognuno a suo modo (chi può concreto, chi più ridondante) dell’epopea, sentimentale e malinconica, dei numeri 10.
Un codino che ha fatto la storia
E poi ci sono i numeri 10 italiani. Andando indietro nella storia vengono in mente giocatori di un’epoca lontanissima come Giuseppe Meazza, calciatori che hanno segnato un’epoca, i Sessanta-Settanta, come Mazzola e Rivera, e poi ancora fantasisti un po’ romantici come Giancarlo Antognoni, Luigi Meroni, oppure, seppure di una categoria tecnica un po’ meno nobile, “il Principe”, Giuseppe Giannini.
Più recentemente abbiamo avuto il talento a due fasi di Alessandro Del Piero (più elettrico da giovane, più tecnico nella fase matura della sua carriera), la lucentezza, uno shining calcistico puro, di Francesco Totti, l’eclettismo creativo di Gianfranco Zola.
Il nome, però, quando si pensa alla maglietta con il numero 10 sulle spalle, affiancata all’immagine di un calciatore italiano, non può che essere quello di Roberto Baggio. “Il Divin Codino”, oppure “Raffaello”, come l’aveva soprannominato l’allora presidente della Juventus, Giovanni Agnelli, è stato forse l’ultimo dieci italiano capace di emozionare.
Il suo calcio, infatti, andava oltre le qualità tecniche, più in là di una rifinitura deliziosa, di un dribbling col sinistro, di un gol su punizione sotto il sette. Vedere Roberto Baggio giocare a calcio, nei momenti in cui stava bene fisicamente, era una sorta di esperienza religiosa, un momento di vera e propria fede che in quel momento qualcosa di bellissimo stesse per accadere: la magia di Roberto Baggio.