All Star Game NBA: com’è nato e com’è oggi
Una volta era una vera e propria festa del basket, un momento attesissimo dai tifosi statunitensi e stranieri. Oggi si è trasformato in una stanca baracconata, che da tempo si cerca, senza successo, di riformare. Ecco tutti i segreti dell’All Star Game.
All Star Game, la forza delle idee
Tutto nasce da uno scandalo. Per essere precisi, da quello che è passato alla storia come “CCNY point-shaving scandal”, il caso che vide almeno sette squadre di college e università nell’area di New York coinvolte in un traffico di scommesse e risultati di partite combinati.
Fu una vera a propria tormenta che investì non solo il movimento della pallacanestro universitaria, ma tutto il mondo del basket USA, con gli appassionati che si disinnamorarono di uno sport divenuto, di colpo, sporco e corrotto. In questo clima un po’ cupo e disaffezionato sorse la necessità di trovare un’idea, una forma, che potesse riavvicinare i fan alla gioia pure del basket.
Serviva, insomma, trovare un escamotage che facesse dimenticare lo scandalo e scommesse e riconciliasse gli appassionati allo spettacolo sportivo puro. L’intuizione arrivò dal direttore marketing della NBA, Haskell Cohen, che all’epoca aveva 37 anni e che fungeva, di fatto da braccio destro del boss della lega, Maurice Podoloff.Cohen si rese conto da subito che una maniera per riportare i tifosi nei palazzetti potesse essere quella di copiare, in qualche modo, l’All Star Game della Major League di baseball, organizzando una partita nella quale si sarebbero sfidate due selezioni composte dai migliori giocatori di Est e Ovest del paese.
Podoloff, il presidente NBA dell’epoca, non era convinto, e con lui a dire il vero gran parte dei proprietari delle squadre. Cohen però aveva un alleato importante in Walter Brown, il fondatore dei Boston Celtics, che invece vedeva grande potenziale nella proposta di Cohen e che si offrì non solo di ospitare la partita, ma anche di coprire eventuali perdite derivanti dall’organizzazione dell’evento.
Si tenne così, il 2 marzo 1951, al Boston Garden, la prima edizione dell’All Star Game, che portò all’arena oltre 10.000 spettatori, vale a dire tre volte i 3.500 che fino a qual momento avevano assistito, in media, alle partite casalinghe dei Celtics: un successo straordinario.
La squadra dell’Est vinse per 111 a 94 ed MVP venne eletto Ed Macauley, centro di Boston e top scorer del match, con 20 punti. I roster vennero scelti da giornalisti sportivi specializzati e gli allenatori arrivarono dalle due squadre che, a tre settimane dalla partita, erano in testa nelle rispettive divisioni: John Kundla dei Minneapolis Lakers per l’Ovest, Joe Lapchick per i New York Knickerboxers a Est.
Com’è cambiato l’All Star Game
Quella che si giocherà il 16 febbraio 2025 al Chase Center di San Francisco sarà la settantaquattresima edizione dell’All Star Game, lo stadio dei Golden State Warriors, dove arriva per la prima volta. I Warriors, infatti, erano stati “host” altre tre volte, ma mai nella cosiddetta “The City”.
Nel tentativo di rinvigorire un avvenimento che nel 2024 ha superato i limiti del grottesco (risultato finale 211 a 186 e l’Est, record storico di punti ed, evidentemente, non grandissimo impegno da parte delle squadre in campo) si è provveduto all’ennesimo cambio di format, organizzando un torneo a quattro squadre, invece che il classico Est vs Ovest, nella speranza di iniettare alle partite un minimo di competitività.
È infatti ormai sempre più complesso convincere atleti che giocano ogni due giorni e che sono spesso oberati di impegni extra-campo, fra social, media e promozioni, l’importanza di provare a prendere sul serio una partita come quella dell’All Star Game.
La nuova soluzione approntata dal commissioner Stern (a dir poco disgustato dallo spettacolo offerto lo scorso anno) è quella, appunto, di un torneo da quattro squadre, che ricalchi la formula del Rising Stars Challenge, il format che dal 2022, con un discreto successo, mette di fronte, al venerdì, 12 rookies, 12 sophomores (giocatori al secondo anno) e 4 giocatori della lega di sviluppo NBA G League, suddivisi in quattro squadre da sette.
Quest’anno, così, i quattro team di stelle saranno scelti, fra quelli arrivati alla selezione (che viene fatta per il 50% dai tifosi, per il 25% dai media e per il 25% dai giocatori stessi), da quattro general manager d’eccezione: Shaquille O’neal, Charles Barkley, Kenny Smith e Candace Paker, che in realtà porterà con sé nel torneo i vincitori del Rising Stars Challenge del venerdì.
Il programma del fine settimana prevederà al venerdì, oltre alla partita degli emergenti, anche la NBA All-Star Celebrity Game, una partita nella quale si sfidano vecchie stelle della pallacanestro e personaggi famosi di vario genere e a cui quest’anno parteciparanno, fra gli altri, Baron Davis, Matt Barnes, l’attore Danny Ramirez e il rapper Shaboozey.
Al sabato le mitiche gare delle schiacciate, la gara del tiro da tre punti e la skill challenge. Alla domenica, grande chiusura con il torneo vero e proprio dell’All Stars Game: sperando, finalmente, di non assistere all’ennesima baracconata.